Errare è umano, perseverare è diabolico

Ormai è entrato nel nostro linguaggio comune l’aforisma errare è umano, perseverare è diabolico. Lo diciamo tutte le volte in cui una persona − nei nostri confronti o di qualcun altro − commette un errore, ricommettendolo successivamente.

L’espressione si rifà a una frase di s. Agostino («Cadere nell’errore è stato proprio della natura umana, è diabolico insistere nell’errore per superbia», Sermones, 164, 14. Trad. Augustinus.it; a titolo informativo, l’autore utilizza l’espressione trattando di alcuni eretici), ma sono rintracciabili degli antecedenti nella letteratura non cristiana.

Errare è umano! Perseverare è diabolico?

Soffermiamoci sul valore di questa espressione nel presente. Tutti siamo consapevoli, e probabilmente anche d’accordo, che commettere un errore è umano. In altre parole, sbagliare è comprensibile, in particolare se l’errore è commesso senza che il “responsabile” se ne sia reso conto. Siamo solitamente disposti a perdonare chi commette un torto, un errore, una mancanza nei nostri confronti o di qualcun altro, ma fino a un certo punto.

Errare è umano perseverare è diabolicoL’aforisma, infatti, chiarendo che perseverare è diabolico, fa intendere che continuare a perpetrare l’errore commesso, soprattutto se ce ne si è resi conto, è qualcosa di profondamente sbagliato, quasi di diabolico, contrario alla natura dell’uomo.

Apparentemente tutto questo appare condivisibile, e in un certo senso lo è. Accorgersi, infatti, di commettere un errore, e di perseverare in esso è come legittimare il proprio errore, un non volerlo correggere o eliminare dal proprio agire o dal proprio comportamento.

È però fondamentale fare una precisazione, che credo sia necessaria per capire come molto frequentemente l’aforisma errare è umano, perseverare è diabolico venga utilizzato in modo approssimativo e non corretto.
A commettere l’errore è solitamente qualcun altro rispetto a chi pronuncia questa frase. Di conseguenza, perché si possa parlare di diabolica insistenza sui propri sbagli, bisognerebbe considerare la presenza o meno di consapevolezza dell’errore. Per dirla con parole più semplici: è frequente che colui che commette l’errore non sia pienamente cosciente dell’errore stesso.

La coscienza dell’errore. Un esempio evangelico

Errare è umano perseverare è diabolicoA questo punto dobbiamo domandarci: cosa significa essere coscienti dei propri errori? Nel racconto della Passione contenuta nel vangelo di Luca, Gesù, dopo essere stato crocifisso dai suoi carnefici, afferma: «Padre, perdona loro, perché non sanno quello che fanno» (Lc 23,34). Nonostante quei soldati fossero ben a conoscenza delle loro azioni − erano, infatti, pienamente coscienti di star uccidendo un uomo, e in particolare quello ritenuto da tanti un Maestro −, Gesù chiede per loro il perdono, adducendo come motivazione il loro non sapere ciò che stavano facendo. Loro, infatti, sapevano di star uccidendo un uomo, ma non comprendevano pienamente il senso che il loro gesto poteva acquisire.

La comprensione dell’errore, dunque, è qualcosa di molto sottile e profondo, che non riguarda l’aver preso atto che, ad esempio, un gesto sia considerato sbagliato o che causi danno a se stessi o a qualcun altro. Comprendere (dal latino: cum prehendere, cioè contenere, impadronirsi, afferrare qualcosa) l’errore vuol dire averne piena coscienza, abbracciare con la mente e le idee quella situazione, afferrarne completamente, senza che sfugga, il senso. La comprensione di qualcosa passa attraverso un complesso processo di interiorizzazione, di “presa” di coscienza. Non è sufficiente, dunque, far presente che una cosa sia sbagliata: se colui che sbaglia (anche se siamo noi stessi) non fa propria la consapevolezza e la coscienza dell’errore, è facile che continui a commetterlo.

Non è mai troppo tardi per cambiare

Non è poi così raro sentire storie di persone che, dopo una vita di crudeltà e cattive azioni, si accorgono del male commesso e si pentono di ciò che hanno fatto, magari cercando anche di rimediare. Non è qualcosa di folle; non bisogna rispondere: “te ne dovevi accorgere prima”. A volte si cambia dopo tanto tempo, dopo tanti errori, perché ognuno usa i propri parametri di riferimento per agire. Capire in ritardo i propri errori non chiude a nessuno le porte del cambiamento, le porte della conversione del cuore a un altro modo di ragionare e sentire il mondo e gli uomini. Non è mai troppo tardi per cambiare.

Sempre nel vangelo di Luca, dopo la morte di Gesù e i segni narrati dall”evangelista (un’eclissi di sole e il velo del Tempio che si squarcia), il centurione, vedendo ciò che era accaduto, esclama: «Certamente quest’uomo era giusto» (Lc 23,47). La sua affermazione, che segue gli eventi straordinari ai quali ha appena assistito, presuppone una speciale presa di coscienza. Quel centurione, nella logica del racconto, proprio perché testimone di eventi soprannaturali, acquista coscienza della bontà di quell’uomo crocifisso; abbraccia, per così dire, la consapevolezza dell’errore commesso da coloro che ne hanno decretato la morte.

Il testo citato dal vangelo che è giunto sino a noi sotto il nome di Luca ci permette quindi di riflettere sul valore profondo che può acquisire un aforisma apparentemente ovvio come errare è umano, perseverare è diabolico. Non perseverare nell’errore diviene possibile solo per chi l’errore lo ha compreso, fatto proprio, capito fino in fondo. Frequentemente, al contrario, gli errori si giudicano e spaventano, ma non vengono compresi a dovere, né da chi li commette, né da chi li osserva dall’esterno. Non si tratta quindi di giustificare un errore, né di condannare chi lo commette (dobbiamo, semmai, condannare l’errore in sé, non le persone!), ma di capire che la comprensione profonda dell’errore è la condizione necessaria per smettere di commetterlo.

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