La preghiera è uno dei mezzi più importanti per entrare in relazione con Dio e stringere con Lui un rapporto solido. Possiamo però imparare a pregare in modo nuovo, al di là delle liturgie, delle cerimonie e delle preghiere spesso meccaniche e/o ripetitive a cui in genere siamo abituati. Per questo, cerchiamo di pensare alla preghiera come se fosse il dialogare con Dio così come faremmo con un amico, con un padre, con una madre, in modo sincero e spontaneo, con parole semplici e dirette, che escano dal cuore.

Come pregare: dialogo spontaneo o preghiere a memoria?

Siamo spesso abituati a “recitare” le preghiere che già conosciamo, come il Padre Nostro e l’Ave Maria, che sono e rimangono preghiere straordinarie. In questi casi, però, il rischio che si corre è di iniziare a ripeterle in modo meccanico, automatico, perdendo facilmente la concentrazione e facendo sì che la bocca pronunci qualcosa che la mente non pensa. Sarà capitato a tutti di recitare preghiere e canti nelle chiese o in determinati momenti della giornata – penso, ad esempio, alla recita del rosario – e di sorprendersi, dopo alcuni minuti, distratti: la bocca pronuncia delle parole, ma la mente sta pensando ad altro.

Come pregareÈ quindi bene domandarsi: che valore può avere la mia preghiera se è solamente pronunciata con le labbra, ma non sentita interiormente? Pregare dovrebbe significare voler comunicare con Dio, parlare con Lui, e non ridurre questa intima relazione al recitare − si faccia attenzione a questa parola, che implica la non spontaneità − preghiere e formule. Pronunciare nei confronti di Dio parole e frasi in cui in fondo non crediamo, che non sentiamo davvero o che non comprendiamo, significa riempire l’aria e la mente di parole vuote. E questo, dovremmo essere tutti d’accordo, non ha alcuna utilità.

Dove pregare e con quali parole

Non esiste un luogo in cui si può pregare e uno in cui invece non è possibile farlo. Ogni luogo e momento della nostra giornata vanno bene per parlare con Dio. Dobbiamo infatti iniziare a entrare nell’ottica che pregare significa parlare, conversare, ringraziare.

Se Gesù sottolinea che è importante chiudere la porta della stanza alle nostre spalle e lasciarci andare al dialogo con il Padre che vede nel segreto (su questo concetto vedi Matteo, 6,5-8), è perché gli sta a cuore che non si preghi “nelle piazze” con il fine di mostrarsi agli altri. Dio ascolta sempre e in ogni luogo, ed è per questo che sempre e in ogni luogo possiamo dialogare con Lui, coltivare la nostra relazione personale con Dio.

Anche se i posti tranquilli – come la nostra stanza, un giardino, un luogo “sacro” – possono stimolare maggiormente la concentrazione, possiamo dialogare mentalmente con Dio in ogni luogo e momento della giornata. Quando usciamo di casa per andare al lavoro, quando facciamo una passeggiata, durante una pausa dagli impegni quotidiani, prima di andare a dormire. Chiaramente tutto questo non deve essere forzato, ma spontaneo e naturale, altrimenti ricadremo nel rischio della “preghiera apparente”, che poi diverrà vuota perché non realmente sentita.

Non servono migliaia di parole, così come sono inutili formule altisonanti e affascinanti, che spesso rischiamo di non comprendere o di travisare. Quando preghiamo, usiamo parole semplici, anche brevi, e non preoccupiamoci di come si dovrebbe parlare a Dio: parliamo con Lui in modo spontaneo, con lo stesso linguaggio che utilizzeremmo con una persona cara.

Raccontare a Dio di noi per condividere le nostre gioie

Condividere le nostre gioie con DioMolti di noi sono abituati a vedere la preghiera come una serie di richieste – spesso molto formali – da indirizzare a Dio: chiediamo di farci passare un disturbo fisico, di superare con buoni voti l’esame, di farci incontrare la persona della nostra vita, di farci avere dei figli etc. Ma tutte queste cose, se ci pensiamo bene, finiscono col diventare solamente uno sterile elenco di pretese che fanno di Dio qualcuno da cui ottenere ciò di cui abbiamo bisogno.

Per questo motivo, prima di tutto quando preghiamo potremmo “raccontargli” ciò che ci è accaduto durante la giornata: una situazione spiacevole che ci ha fatto soffrire, un momento di gioia che ci ha scaldato il cuore, un dubbio che ancora ci attanaglia, un comportamento errato che abbiamo tenuto. Chiediamo a Dio aiuto per far venire meno quel dispiacere, condividiamo con Lui la gioia che abbiamo provato, cerchiamo consiglio sulla scelta da prendere, chiediamogli scusa per gli sbagli che abbiamo commesso. Chiedere l’aiuto di Dio è un bene, ma non dobbiamo limitare il nostro rapporto con Lui a sterili richieste.

La condivisione delle gioie è, ad esempio, una delle più belle occasioni di incontro con Dio che possiamo avere: la gioia dell’abbraccio di quell’amico che diamo tante volte per scontato ma che c’è sempre per noi; la gioia nell’aver visto un cielo terso dopo una giornata di pioggia o un fiore fare capolino a lato della strada; la gioia di essere vivi e, nonostante tutte le difficoltà, continuare a esserci e ad andare avanti. Il rapporto con Dio deve essere prima di tutto un rapporto sereno e gioioso.

Dio ascolta le nostre preghiere? E se non ci esaudisce?

Per capire come pregare è importante tenere a mente che la fede è l’elemento essenziale. Avere fiducia in Dio, nel Suo ascolto e nella Sua presenza – questo infatti significa avere fede – è importante per essere ascoltati. Gesù, durante il cosiddetto Discorso della montagna, esortava a chiedere con fede, bussando alla porta, cercando quanto si voleva trovare, insistendo anche di fronte a un primo rifiuto (vedi Matteo 7,7-11). Ma se questa preghiera che facciamo non è fiduciosa, ma solo meccanica e formale (quindi vuota e “a memoria”), forse non otterremo nulla.

La fiducia in Dio è qualcosa che si costruisce col tempo, ma che deriva dalla nostra quotidiana sperimentazione che Lui è realmente accanto a noi. Dobbiamo imparare a non misurare la nostra fiducia in base a ciò che Dio ci avrà concesso: la sua volontà non dipende dalla nostra insistenza e, anche se pretendiamo una cosa con tutto il cuore, non è affatto detto che questa possa essere consentita. La fiducia non è il frutto dell’essere sempre soddisfatti, ma della consapevolezza che, come un Padre, Dio ascolta e concede se è bene che conceda, attende se è bene che attenda.

Non poniamoci nei confronti di Dio come di qualcuno da cui pretendere felicità. Il senso della nostra vita è strettamente legato alla nostra ricerca personale di Dio e alla capacità di percorrere quella strada speciale e da scoprire che ognuno di noi possiede. È quindi importante metterci subito in cerca del nostro percorso, del nostro posto e ruolo nel mondo, capendo qual è il significato della nostra esistenza. Osserviamo dunque con attenzione le nostre passioni, le nostre inclinazioni innate per capire se possono darci un indizio sulla strada da intraprendere. Come nell’episodio di Gesù nel Getsemani, la nostra vera aspirazione deve essere comprendere e accettare la volontà di Dio e la realtà (perché delle volte, nonostante il nostro impegno, non è proprio possibile modificare le cose), e non tentare sempre di imporre ciò che desideriamo.

Come pregare senza distrazioni o turbamenti

pregare senza distrazione e turbamentiÈ bene inoltre ricordare che, se desideriamo trascorrere un po’ di tempo in preghiera − quindi qualcosa di più lungo di un semplice “dialogare” mentalmente con Dio −, è bene dedicarci a Lui senza alcun tipo di distrazione o turbamento; i pensieri futili dovrebbero rimanere fuori dalla porta, così come ogni preoccupazione e ansia.

Per essere concentrati, prima di iniziare a dedicarci a questo tempo per Dio, potremmo cercare deliberatamente di allontanare dalla nostra mente ogni altro pensiero. Immaginiamo che la preghiera (cioè il dialogo) sia come l’acqua che deve passare attraverso uno stretto canale, e che le preoccupazioni per le cose quotidiane e i pensieri siano sassi e oggetti che ne ostruiscono il passaggio: per pregare in modo fluido, concentrato e sereno dobbiamo rimuovere tutti gli ostacoli che impediscono il passaggio dell’acqua. Mettiamoli anche da parte, in pausa, concentrandoci su ciò che stiamo facendo. Ogni qual volta una distrazione farà capolino nella nostra mente − in particolare se si tratta di una banalità −, ricacciamola subito, rimettiamola al suo posto, avremo tutto il tempo per pensarci dopo, senza permetterle adesso di attirare su di sé la nostra attenzione.

Chiaramente è importante ricordare anche che se qualcosa ci turba o ci spaventa è bene affrontarlo, rifletterci su in modo costruttivo, capire come tornare a essere sereni, trovare delle soluzioni, magari parlandone con qualcuno che può esserci di aiuto (puoi dare un’occhiata, ad esempio, a questo articolo sul sito DiventareFelici.it su come gestire l’ansia).

Per conoscere Dio serve costanza

Molti di noi non sono abituati a pregare (cioè dialogare) in questo modo, quotidianamente e spontaneamente. All’inizio potrebbe risultare difficile parlare in modo spontaneo con Dio, o ci potremmo sentire a disagio, abituati a pregare in modo formale o con grande riverenza. Cerchiamo quindi di essere costanti, giorno dopo giorno, e lasciamo prevalere la spontaneità. In fondo, se ci riflettiamo, il fine della preghiera è il dialogo con Dio, il contatto diretto tra noi e Lui. Dunque facciamo sì che questo contatto sia autentico, reale: mostriamogli, senza timori o vergogne, cosa si cela nel nostro cuore.

Come detto in apertura, l’Ave Maria e il Padre Nostro sono e rimangono delle preghiere molto belle e intense, e quindi potremmo recitarle, ad esempio, in eventuali momenti più lunghi di dialogo con Dio. Ad ogni modo, non dobbiamo mai considerare la preghiera come qualcosa di rigido: pronunciamo solo le parole che sentiamo, e “recitiamo” una preghiera se e quando sentiamo il desiderio di farlo, non per abitudine o convenzione. Detto questo, una possibilità potrebbe essere quella di aprire eventuali momenti più lunghi di preghiera con il Padre nostro, lasciarci andare alla spontaneità, e infine terminare con l’Ave Maria (o viceversa). In questo modo avremo preservato il ricorso a straordinarie preghiere come le due citate, ma al contempo avremo lasciato ampio spazio al dialogo spontaneo. Ad ogni modo − non mi stancherò mai di dirlo −, ognuno si senta pienamente libero di dialogare con Dio così come dettato dal proprio cuore (anche solo parlando spontaneamente e senza recitare nessuna preghiera).

Un’ultima cosa: il segreto di quanto detto sta nel pensare a Dio come se fosse una persona cara. La preghiera, soprattutto per chi sta iniziando a “relazionarsi” con Lui, deve essere il modo con cui cercare di approfondire la Sua conoscenza, tentando di farlo entrare nella nostra vita.

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