Ciao Marco, sto vivendo un momento critico della mia vita e mi sento depresso. Mi sono documentato parecchio sulla sofferenza umana dal punto di vista cristiano ma non riesco ad accettarla come tale… Non riesco ad accettare il fatto stesso di soffrire per una malattia, per la cattiveria altrui, per la distribuzione diseguale dei beni nel mondo e per la distruzione graduale e inesorabile del nostro meraviglioso pianeta. Inoltre ho sempre avuto difficoltà a gestire situazioni che sfuggono al mio controllo, più grandi di me perché vorrei risolverle a modo mio e nel più breve tempo possibile ma ho visto che spesso non posso fare altro che avere fiducia nella divina provvidenza.
La domanda che vorrei farti è: i vangeli offrono una speranza anche per quanto riguarda la sofferenza durante la vita terrena? Perché in alcuni momenti provo pace interiore nella consapevolezza dell’amore di Dio, mentre in altri provo un forte stato di agitazione e insoddisfazione, specie quando non ottengo ciò che desidero?

Enrico

RISPOSTA

Ciao Enrico,
mi dispiace per questo momento di sofferenza che stai attraversando.
Come non soffrireLa realtà umana è ricca, estremamente ricca: se da un lato l’uomo può raggiungere le più alte vette della conoscenza, dell’amore, della spiritualità, va di conseguenza che possa anche compiere azioni infime, che generano sofferenza negli altri, distruzione del mondo, disuguaglianza, ingiustizia. È la complessità dell’essere umano che lo rende tanto in grado di avvicinarsi a Dio quanto di allontanarsi anni luce da Lui.

Per capire come non soffrire, facciamo un ragionamento. Prima di tutto le tue domande mi fanno venire in mente una delle “Ammonizioni” di s. Francesco (ammonizioni nel senso latino del termine, di esortazioni, raccomandazioni, richiami):
«Al servo di Dio non deve dispiacere nulla, salvo il peccato. E in qualsiasi modo una persona commetta peccato e per questo il servo di Dio rimanga turbato e si adiri, a meno che non lo faccia per carità, accumula per se stesso quella colpa. Quel servo di Dio che non si adira e non si turba per alcun motivo, vive rettamente senza niente che sia proprio. E beato è chi non trattiene niente per sé, ma dà a Cesare quel che è di Cesare, a Dio quel che è di Dio» (Undicesima Ammonizione)

Ciò che credo sia utile prendere da questo scritto di s. Francesco è l’esortazione a non rimanere turbati o adirarsi per nulla, o almeno superare i momenti di turbamento, senza portarseli dietro per giorni e giorni. Niente, quindi, nel pensiero di Francesco, deve avere il potere di turbarci, di rattristarci, di legarci all’oggetto stesso del nostro turbamento. È comprensibile il dolore e la rabbia che provi per la cattiveria altrui, per la disuguaglianza, per la scarsa cura del pianeta, ma è importante cercare di non turbare quella “perfetta letizia” che dovrebbe animare il cuore degli uomini che cercano Dio. Non permettere dunque al dispiacere di penetrare così a fondo nel tuo cuore, perché questo rischia di rendere più vulnerabile il tuo rapporto con Lui. Osserva il male che l’uomo compie e sappi riconoscerlo, ma non permettere a quel male di turbarti a tal punto da gettarti nello scoraggiamento e nella disperazione. Al massimo, impiega questo sentimento per cercare, nel tuo piccolo, di fare il possibile per migliorare la realtà.

Venendo ora direttamente alla tua prima domanda, cioè se i vangeli offrono una speranza relativa alla sofferenza durante la vita, la risposta è: certamente sì. L’insegnamento di Gesù e la strada che egli traccia per porci in cerca di Dio è di per sé l’annuncio più lieto. La sua esortazione all’amore è la medicina più grande a qualunque sofferenza. Egli ha insegnato a considerare l’amore per Dio come l’unica aspirazione, perché quell’amore, se vissuto in modo profondo e reale, può cambiare la nostra vita. Gesù esortava a scegliere di “perdere” la propria vita per acquistarla. Ciò significa non che dobbiamo disprezzare noi stessi o la nostra vita, ma che, se mettiamo in secondo piano noi e in primo piano Dio, certamente avremo un motivo per vivere che ci condurrà “lontano dal mondo” e vicino a Lui.
La sofferenza personale (quella interiore prima di tutto) è a volte il frutto di una vita troppo nel mondo e non abbastanza vicina a Dio. Ma se ci pensiamo bene… di cosa dovremmo avere più bisogno se non di Dio?

Ed eccoci alla tua seconda domanda: mi chiedi come mai certe volte ti senti cullato nella consapevolezza dell’amore di Dio e altre, invece, ti senti insoddisfatto, soprattutto quando non riesci a ottenere ciò che desideri. Be’, la risposta l’hai data ponendoti la domanda. Se tutto ciò di cui ho bisogno è legato alla ricerca di Dio, allora posso sperimentare davvero una quiete profonda, un senso di pace interiore che nient’altro può darmi. Se invece ritengo indispensabili delle cose oltre a Lui, come per esempio la presenza di una persona nella mia vita, il fare una determinata cosa, l’avere la salute, allora sto mettendo delle condizioni alla mia felicità (sempra un concetto un po’ radicale, ma se ci ragioniamo bene è abbastanza verosimile). Finché non avrò queste cose sperimenterò insoddisfazione e agitazione. È probabile che quando questi sentimenti affiorano in te, in realtà stai cercando di porre qualcosa che non è Dio al primo posto e, non riuscendo a farlo, ti senti frustrato o triste.

Non devi buttare via ciò che desideri, sarebbe un errore. Devi però riuscire a mettere questi desiderei in relazione a Dio e trovare il giusto equilibrio. Se per esempio io desiderassi tanto che gli uomini smettessero di fare il male, la cosa migliore che dovrei fare è riservare comunque il primo posto nel mio cuore, quindi ciò che è in grado di darmi serenità, a Dio, e subito dopo porre il grande desiderio che gli uomini smettano di causare dolore. Quando non ci abbandoniamo totalmente a Lui, diventiamo insoddisfatti e ci mettiamo a rincorrere altre motivazioni per essere felici. Il mondo è ricco di cose straordinarie che possiamo avere, vedere e fare, ma nessuna di esse deve stare al primo posto nella nostra vita, deve essere causa prima della nostra felicità

Tu hai scritto che non si può fare altro che avere fiducia nella divina provvidenza. Questa fiducia in Dio e nel Suo disegno su ognuno di noi deve essere profonda e reale in ogni momento. Non deve assumere i toni della passiva rassegnazione (non sarebbe fiducia ma triste e dolorosa rinuncia a malincuore di ciò che desideriamo e in fondo teniamo al primo posto), ma deve diventare un saper guardare a Lui con sicurezza. Come dico sempre, è meglio chiedere a Dio non ciò che noi vorremmo da Lui, ma ciò che Lui vorrebbe da noi, senza paure e senza timori. Devi scoprire cosa Dio desidera da te, qual è il tuo compito in questa vita (perché, ne sono certo, ognuno ha il proprio). Un sogno durante la notte potrebbe essere il “luogo” in cui Dio riuscirà a farti capire che strada seguire (vedi la piccola guida sulla realtà dello spirito).

Non c’è migliore cura alla sofferenza che comprendere qual è il progetto di Dio su ognuno di noi. A quel punto, ogni apparente sofferenza, se servirà a raggiungere lo scopo della nostra vita, acquisterà un significato diverso; la vita ai nostri occhi acquisterà un senso profondo. E la sofferenza, ne sono certo, diventerà più piccola.

Un abbraccio
Marco

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