Come leggere la Bibbia e il Vangelo

La Bibbia è il ‘testo sacro’ del cristianesimo, ma al contempo una preziosissima fonte storica. Uno studio attento, che vada al di là del solo senso teologico che siamo abituati ad attribuirgli, permette di addentrarci nella complessità della storia dell’ebraismo e del cristianesimo. Cerchiamo quindi di capire come leggere la Bibbia, qual è l’uso che va fatto di questo testo e che valore attribuirgli.

La Bibbia e l’importanza dei vangeli

Il termine Bibbia deriva dalla parola greca biblìa (gr. βιβλία), un sostantivo plurale che significa ‘libri’. Essa è suddivisa in due ampie parti: la prima contiene scritti di vario genere che riguardano la storia, la sapienza e le profezie del popolo ebraico (quella che siamo abituati a definire Antico Testamento e che corrisponde, grosso modo, alla Bibbia ebraica), mentre la seconda ha per oggetto la predicazione, morte e resurrezione di Gesù e la formazione delle prime comunità cristiane (Nuovo Testamento).

Come leggere la bibbiaÈ fondamentale che ogni libro che compone la Bibbia venga considerato in funzione del genere letterario a cui appartiene e del contesto storico in cui venne scritto (quindi, influenzato o basato sulle conoscenze religiose e scientifiche dell’epoca); è inoltre il frutto di un complesso processo di scrittura da parte dei rispettivi autori, e poi di trasmissione, più o meno lungo e articolato. La stessa messa per iscritto è presumibilmente il prodotto di vari processi che includono il ricorso a materiale orale (storie, inni, parabole tramandate all’interno della comunità etc.) e scritto (testi già precedentemente esistenti, differenti tradizioni legate a un medesimo evento storico etc.). Al tempo stesso, sotto il profilo storico-religioso, la tradizione ha certamente subito influenze da culture e religioni entrate in contatto con il popolo ebraico.

Il Nuovo Testamento comprende i quattro vangeli (definiti ‘canonici’ perché inclusi nel canone, al contrario di quelli ‘apocrifi), gli Atti degli apostoli, le lettere (quelle scritte da Paolo o a lui attribuite, e quelle cosiddette ‘cattoliche’) e l’Apocalisse. Per quanto riguarda i vangeli, è importante sottolineare che essi sono probabilmente il frutto di una messa per iscritto di tradizioni orali sul Cristo, raccolte di miracoli, cicli narrativi riguardanti la sua passione, morte e resurrezione. Una semplice e rapida lettura di questi testi permette anche al lettore meno esperto di notare la presenza di varie modalità di scrittura, stili differenti, episodi che a volte divergono da un vangelo all’altro.

Da un punto di vista storico-religioso e filologico questi testi sono il prodotto culturale delle comunità in cui vennero redatti, cioè le prime comunità giudeo-cristiane, composte da uomini che osservavano pienamente o in parte la legge ebraica ma che riconoscevano in Gesù il messia. Relativamente agli autori dei vangeli è necessaio sottolineare che non è detto che fossero necessariamente quelli che siamo abituati a considerare tali (Marco, Matteo, Luca, Giovanni), in quanto queste opere potrebbero essere state scritte da altri testimoni o discepoli cristiani.

I testi “apocrifi”

Inoltre, esistono altri vangeli e testi riconducibili al cristianesimo antico e tardoantico (talvolta anche medievale), che vengono definiti “apocrifi” e che non furono inclusi nel canone biblico, ovvero né nell’Antico né nel Nuovo Testamento. Anche se alcuni di questi testi hanno un contenuto evidentemente molto lontano dalla realtà storica che intendono narrare (pensiamo ad alcuni dei vangeli dell’infanzia di Gesù, come il Vangelo dello pseudo-Tommaso, in cui viene descritto un Gesù Bambino capriccioso e vendicativo), altri possono risultare più interessanti. Due esempi potrebbero essere il Protovangelo di Giacomo e il Vangelo di Tommaso: il primo narra dell’infanzia di Maria e di Gesù (ad esempio, è lì che vengono menzionati i presunti genitori di Maria, Anna e Gioacchino), il secondo è un insieme di detti, cioè di frasi che egli avrebbe pronunciato.

La questione è molto ampia e mi limito soltanto a sottolineare che il canone biblico, cioè l’insieme dei testi inclusi nella Bibbia che leggiamo oggi − quindi ritenuti “ispirati” − è stato fissato a partire dal II secolo, operando una selezione che portò a rigettare molte delle tradizioni “apocrife” esistenti. Nonostante questo, oggi gli studiosi utilizzano questi testi perché li ritengono preziosi, al pari di quelli “canonici”, per comprendere le dinamiche del primo cristianesimo. Al contrario, le Chiese, in genere, hanno un atteggiamento più o meno negativo nei confronti di queste opere, considerate non “ispirate” e dunque non meritevoli di attenzione. Io ritengo, invece, che uno studio delle varie fonti, chiaramente considerate con cautela e rigore (badando al tempo in cui vennero scritte, alla “corrente” del cristianesimo antico alla quale appartengono etc.), possa permettere al cristiano di acquisire nuove conoscenze.

Come leggere la Bibbia: fonte storica o infallibile “Parola di Dio”?

Bibbia: parola di Dio o fonte storica?Alla luce di queste osservazioni – volutamente semplici e basilari per non entrare in dettagli che apparirebbero complessi e noiosi ai più – possiamo affermare che i testi biblici devono essere considerati anche nella loro dimensione storica, in grado di parlarci della cultura, della storia e delle credenze del tempo. La Bibbia, infatti, è un insieme di documenti, fonti e informazioni che possono metterci a conoscenza di fatti e tradizioni del passato. Non è inoltre da escludere che alcuni episodi possano non essersi verificati o essersi verificati in modo differente: i testi biblici sono pur sempre l’espressione storica e culturale di un popolo che sta raccontando non solo quello che ritiene l’intervento di Dio nella storia, ma anche se stesso e le proprie vicende, con tutto ciò che comporta.

Oltre a permetterci di studiare e analizzare l’insegnamento “storico” di Gesù, i vangeli − e la Bibbia nel suo complesso − hanno uno straordinario valore dal punto di vista spirituale, che ne fa dei veri e propri strumenti per avvicinarci a Dio. Ad ogni modo, in virtù dell’approccio fin qui proposto, più che la definizione tradizionale di “Parola di Dio” − che include l’idea dell’ispirazione, il cui significato può variare da una confessione all’altra − sarebbe forse più proficuo, e anche più funzionale e meno vincolante, considerare la Bibbia come una fonte, uno strumento, redatto dagli uomini secondo il loro tempo e la loro cultura, che ha lo scopo di parlare di Dio e “da Dio”, che attraversa la storia ebraica e culmina nella rivelazione cristiana.

Un approccio consapevole e maturo

Questo non è un invito a svalutare la ricchezza dei testi biblici. Anzi, proprio in forza di un approccio consapevole − che, chiaramente, deve basarsi in qualche modo su competenze storiche, filologiche e antropologiche − possiamo trarre da queste opere ancora di più rispetto a una lettura più superficiale. La sua principale ricchezza, agli occhi del cristiano, deve risiedere nel fatto che rappresenta la testimonianza dell’esperienza di Gesù.

Spesso siamo abituati a leggere la Bibbia − perché così ci è stato insegnato − come un contenuto eternamente valido. Questo approccio può essere messo in pratica, soprattutto per i libri che hanno un contenuto sapienziale o dottrinario, ma dobbiamo stare attenti e ricordare che ogni passaggio incluso nel testo è stato scritto in un determinato momento storico e per un determinato fine; attribuire al testo un senso che originariamente − cioè quando venne scritto − non possedeva, ci fa correre il rischio di travisarlo e di alterarne il significato.

Ma non bisogna “credere per fede”?

Credere per fedeSpesso si sente dire, soprattutto nelle Chiese, che bisogna credere per fede, anche, quindi, agli episodi straordinari e sovrannaturali narrati. In parte questa affermazione è vera, proprio perché, come appena ribadito, nulla è impossibile a Dio, ma è bene sottolineare che nasconde un’insidia: non riflettere sui testi, non porsi delle domande, dando per certo ogni dettaglio perché contenuto nella Bibbia, rischia di farci correre il rischio opposto, cioè credere a tutto ciò che leggiamo, senza alcuno spirito critico. Dobbiamo imparare, invece, a considerare il testo alla luce di quanto abbiamo detto fin qui, cioè come fonte storica (quindi con tutti gli accorgimenti necessari a cui ho accennato prima), con un approccio il più possibile consapevole e maturo. D’altro canto, è ovvio che l’essenza stessa del contenuto della Bibbia e dell’esperienza di Gesù è legata a qualcosa che trascende la realtà.

La nostra ricerca di Dio deve partire dai vangeli e trarre da essi ispirazione e direzione, ma poi proseguire, avendo sempre come punto di riferimento l’insegnamento di Gesù, ma non limitando la scoperta di Dio esclusivamente a quanto può essere riportato nei testi.

Un approccio prettamente “storico” alla Bibbia?

Il rischio più grande, a questo punto, in cui il cristiano potrebbe cadere − e in cui cadono quotidianamente moltissime persone non credenti o razionaliste − è di accostarsi alla Bibbia con scetticismo, considerandola solamente qualcosa da analizzare dal punto di vista storico, e aprioristicamente priva di qualunque componente di soprannaturalità. Questo approccio è errato, tanto quanto quello che ci porta a considerare “normativo” ogni versetto scritto nella Bibbia, proprio perché induce a ritenere pura fantasia gli eventi soprannaturali e a cercare una spiegazione razionale in grado di “smontare” qualunque episodio narrato (penso, ad esempio, ai miracoli di Gesù).

Avere competenze storiche e filologiche e utilizzarle nell’approccio ai testi significa contestualizzare gli eventi, comprendere gli autori, leggere i contesti culturali. Ma se tutto questo si sposa con un razionalismo sterile e rigido, che parte dall’idea che nei testi biblici ci siano solo vicende alterate o inventate, dalla Bibbia non trarremo alcunché, anzi ci priveremo della possibilità di riflettere con tranquillità su quanto narrato. Dobbiamo saper ben dosare le nostre competenze, aprendo mente e cuore, ed evitando di cadere non solo nel razionalismo esasperato, ma anche nella creduloneria.

Mi rendo conto che mantenere un equilibro di questo tipo non è affatto facile, anche perché c’è il timore, quando si studia il testo che è posto alla base del cristianesimo, di arrivare al punto di dover mettere in discussione i capisaldi della propria fede. Ma sono convinto che sia meglio avere dei dubbi e porsi degli interrogativi, magari rivedere alcune posizioni personali, piuttosto che rimanere fermi e rigidi su “verità” a cui vogliamo − o dobbiamo, nel caso dei dogmi − credere a tutti i costi. In questi anni, infatti, ho imparato a pensare alla storia del cristianesimo come a qualcosa di “problematico”, di “complesso”, una storia su cui riflettere con attenzione e serietà, e che potrebbe anche non fornire tutte le risposte che vorremmo ricevere; accettare quell’insegnamento rigido e formalizzato − e mai “problematico”, quindi che non è possibile mettere in discussione − in genere proposto dalle Chiese, è spesso solo un modo per precluderci una riflessione onesta e d’insieme sulla nostra religione. Sono del tutto legittime domande come: quando nasce il cristianesimo? Come e perché? La Bibbia rappresenta l’unica fonte storica in merito? Cosa narrano i testi apocrifi? Tutto ciò che è narrato nei testi biblici è storicamente attendibile? E via dicendo.

Dalla Bibbia alla ricerca di Dio

Concludendo, a questo punto ci si potrebbe domandare come poter conoscere Dio se l’unico strumento di conoscenza, cioè la Bibbia, fino a questo momento ritenuto stabile, infallibile, incrollabile, diventa improvvisamente non infallibile o non sempre e necessariamente aderente alla verità storica.
La Bibbia, come detto, ci informa su quanto accaduto, soprattutto nelle sue linee generali. L’enfasi dello scrittore o l’utilizzo di particolari modi di narrare sono spiegabili con l’obiettivo stesso che quello scrittore voleva perseguire. Dall’apprendere questa storia − mi riferisco in particolare a quella di Gesù −, dobbiamo essere spinti a una ricerca interiore e personale di Dio, perché il Suo intervento nella storia dell’umanità non deve essere considerato esaurito. Dio è molto al di là di ciò che gli uomini − dotati o meno di “ispirazione” − possono scrivere in un testo.

La conoscenza di Dio − che è quindi un fatto che va ben oltre il dato prettamente storico − passa attraverso molti altri canali, come la preghiera, la contemplazione, l’osservazione della realtà dello spirito. Serviamoci della Bibbia come di un punto di partenza, come lo strumento di conoscenza dell’insegnamento di Gesù; ma poi procediamo autonomamente e mettiamoci in cerca di Dio.

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